In questa pagina affronto il tema delle dipendenze e dei comportamenti disfunzionali a esse collegati, analizzandone le basi biochimiche e le dinamiche psicologiche. Tutto questo, al fine di offrire spunti utili alla gestione e alla risoluzione di questa problematica, oggi di grande rilevanza sociale.
Oggigiorno le dipendenze arrivano sempre più frequentemente all’osservazione clinica, specie nelle forme più “moderne”, quelle legate al gioco, all’utilizzo delle tecnologie e dei social, al sesso e anche dipendenze di tipo affettivo. Una probabile spiegazione sta forse proprio nell’utilizzo sempre più massiccio e frequente dei social media e del web in generale, che favoriscono un atteggiamento “mordi e fuggi”, consumistico o comunque improntato all’ottenimento di un piacere immediato.
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Le basi biochimiche delle dipendenze

Candace Pert, neuroscienziato di fama mondiale, scoprì che nel nostro cervello c’erano dei recettori ai quali si “legavano” le endorfine, le encefaline e le dinorfine (tutte molecole chiamate anche oppioidi naturali o “ormoni del piacere”) per esplicare la loro funzione, che è quella di produrre una sensazione di benessere generale, lieve euforia e anche un certo effetto analgesico diffuso in tutto l’organismo. Questa e altre scoperte la portarono a dire che non aveva più senso parlare di mente e corpo come entità separate o separabili ma sarebbe più corretto parlare di corpomente, per riferirsi a un’unica entità, in cui a tutto ciò che accade nel corpo corrisponde un cambiamento a livello mentale e la mente si rispecchia automaticamente nel corpo. Questo aspetto è fondamentale per comprendere le dipendenze. Vediamo perché.

Ogni esperienza che ci procura piacere e gratificazione, attraverso le produzione di endorfine, stimola il nostro cervello a rilasciare dopamina, un neurotrasmettitore della famiglia delle catecolamine, che svolge un ruolo importante in varie funzioni come movimento, apprendimento, emozioni, motivazione e gratificazione. Ebbene, la dopamina memorizza quella sensazione di piacere, la registra come gratificante e ci spinge a ripetere quell’esperienza. In questo senso la dopamina non produce direttamente la sensazione di piacere (come spesso erroneamente si legge in giro per il web) ma agisce come motivazione alla ripetizione di un’esperienza che può esser fonte di gratificazione e di piacere.
Altre volte invece, è la dopamina che ci spinge direttamente alla ricerca di un’esperienza piacevole e gratificante. Come quando, ad esempio, prefigurarsi un’esperienza piacevole è sufficiente a farci agire alla ricerca di quell’esperienza.
Nel primo caso, quindi, la dopamina si attiva dopo l’ottenimento di una ricompensa mentre nel secondo caso si attiva prima di una ricompensa, in previsione di un piacere piuttosto che a seguito dell’ottenimento di un piacere.
Queste due “fasi”, distinte per chiarezza espositiva, rappresentano in realtà un unico percorso dopaminergico che funziona da spinta motivazionale alla ricerca/ripetizione di esperienze che sono fonte di piacere e di gratificazione.
L’attivazione del sistema dopaminergico è spesso considerata la causa delle dipendenze patologiche, poiché stimolando la ricerca di ulteriori esperienze gratificanti porta alla ripetizione di certi comportamenti che, ancorché dannosi, procurano alla persona una sensazione di piacere della quale non riescono a fare a meno. Tuttavia, alla luce delle recenti acquisizioni in letteratura (Agnoletti, 2019), la questione merita qualche approfondimento in più.
Il sistema dopaminergico come spinta motivazionale

Si è visto che l’attivazione del sistema dopaminergico è al servizio di una spinta motivazionale “indifferenziata” che si manifesta non necessariamente al servizio del piacere immediato ma anche in relazione a scopi più “nobili” e differiti nel tempo, legati alla crescita personale o comunque in linea con obiettivi di benessere; l’arrivo al traguardo di una lunga gara, la conclusione di un percorso di studi, la lettura di un libro, l’ascolto di una bella musica, il raggiungimento di un obiettivo personale, aver mangiato qualcosa di buono, una sensazione di pace e serenità interiore, un rapporto sessuale col partner tanto desiderato ecc.
In questo senso è riduttivo identificare la causa della dipendenza nell’attivazione del sistema dopaminergico. Non solo perché le evidenze scientifiche ci suggeriscono qualcosa di diverso, ma anche perché attribuendo la dipendenza a cause esterne finiamo per deresponsabilizzarci ulteriormente rispetto alle nostre scelte.
C’è dopamina e dopamina!
Non è l’attivazione del sistema dopaminergico in sé a causare la dipendenza ma solo una specifica configurazione del sistema dopaminergico (tra le aree che fanno parte del sistema dopaminergico, sembra che nel caso della dipendenza patologica vi sia una dominanza funzionale del sistema mesolimbico rispetto alla corteccia prefrontale).
Questione di quantità
Quando un comportamento viene ripetuto più volte, come nel caso della dipendenza patologica, il sistema della dopamina si attiva sempre meno intensamente e per meno tempo, a differenza di quello che si era sempre pensato (una maggior attivazione dopaminergica nel caso delle dipendenze). Tra l’altro, c’è maggior attivazione della dopamina nel caso si stia per addentare un panino succulento rispetto a quando si assume un’anfetamina.
Conclusioni e indicazioni d’approccio alla dipendenza

Le indicazioni scientifiche ci portano a ritenere che la persona con una dipendenza patologica (l’aggettivo patologica sarebbe superfluo perché la dipendenza è già un concetto patologico) non è “vittima” della dopamina, che lo spinge a giocare compulsivamente o ad assumere una sostanza, ma “sceglie” di lasciarsi andare a quel comportamento, evitando di dare perso alle possibili conseguenze e privilegiando la dimensione edonistica del piacere immediato, del piacere fine a se stesso. In qualche modo, quindi si lascia andare a un certo comportamento che si struttura come abitudine.
In questo senso, più che essere la causa, la dopamina sarebbe la conseguenza di una scelta (o di una non scelta, se vogliamo sottolineare il lasciarsi andare passivamente a comportamenti che portano a un piacere immediato).
Il problema della dipendenza, quindi, più che essere attribuibile a cause biochimiche, può essere letto come un deficit a livello della volontà di scelta e di quale indirizzo dare al proprio agire e alla propria vita.
Agnoletti M. (2019) – I tre falsi miti del circuito dopaminergico e il suo vero ruolo
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