
Sappiamo tutti cos’è la depressione, quanto possa impattare negativamente sulla vita di chi ne soffre e di coloro che gli stanno accanto. Il “male oscuro”, la “bestia nera” sono solo due degli appellativi più evocativi usati per descriverla. Comunque la sia chiami, se n’è sempre parlato come di una malattia che a un certo punto della vita ti assale senza alcun preavviso e senza alcun motivo apparente; una malattia del cervello che ha una causa biochimica e una spiegazione genetica.
Quello che io voglio proporti è invece una rivisitazione della depressione, a partire da ricerche scientifiche che spesso sono passate inosservate e inascoltate dalla maggior parte delle persone e, purtroppo, anche da molti degli addetti ai lavori.
Tanto per cominciare non dobbiamo identificare la depressione con il disturbo depressivo; il termine depressione indica letteralmente un “calo di pressione”, di tensione, un temporaneo ritiro, un disinvestimento emotivo dalla vita e dalle normali attività che comporta; uno spazio in cui ci rifugiamo per leccarci le ferite a seguito di qualcosa che è andato storto, un trauma, un lutto, qualcosa che non ha funzionato come ci aspettavamo; una pausa per analizzare quello che è successo, recuperare energie e ripartire con più grinta e determinazione.
Fin qui il ciclo fisiologico della depressione; caduta, fase di stallo, rielaborazione e risalita. Il problema nasce quando manca la rielaborazione e la risalita, ovvero quando indugiamo nello stallo emotivo e ci lasciamo andare ai pensieri negativi e alle interpretazioni autoreferenziali; “quello che è accaduto è accaduto perché la vita fa schifo e perché io me lo merito”. Allora sì, diventa tutto nero, l’umore si irrigidisce su livelli negativi e non reagisce più agli stimoli esterni. Il problema vero, quindi, non è attraversare una fase di depressione, talvolta utile a raccogliere le forze per una ripartenza, ma lo stazionare e il rotolarsi continuamente in pensieri e sentimenti d’inferiorità, d’impotenza e d’inadeguatezza, con visioni catastrofiche e annichilenti su di sé e sul proprio futuro.
Alla luce di quanto appena detto, oggi sappiamo dalle ricerche che la carenza di serotonina, da un secolo accusata di essere causa della depressione dai sostenitori della teoria biochimica, non è responsabile della depressione, se non indirettamente attraverso i nostri pensieri negativi che vanno a ridurre la quantità di questo neurotrasmettitore. Quel che è vero è che i pensieri modificano la struttura e la chimica del nostro cervello e qualsiasi modifica a livello cerebrale va a influenzare i nostri pensieri; ma, come ha dimostrato I. Kirsch, uno psicologo che ha condotto interessanti ricerche sulla depressione e sull’efficacia degli antidepressivi, i livelli di serotonina influenzano la depressione meno di quanto non facciano i pensieri. Tradotto, gli antidepressivi non sono più efficaci di un placebo, e la psicoterapia, che va invece a modificare il flusso dei pensieri, è addirittura più efficace degli antidepressivi. Come puoi immaginare, contro le ricerche di Kirsch si sono scagliati non solo molti ricercatori, che tuttavia non sono riusciti a dimostrare il contrario se non “rimaneggiando” i dati degli studi a loro favore, ma anche molti colossi dell’industria farmaceutica. A tal proposito è interessante leggere gli approfondimenti che ti lascio in calce a questo articolo…
Quel che adesso mi preme farti capire, è che ci è stata trasmessa un’idea della depressione come malattia che “ci viene addosso” senza motivo, spesso per via ereditaria, e contro la quale non possiamo far altro che prendere dei farmaci nella speranza che i nostri livelli di serotonina tornino ad essere normali. Tutto questo non fa altro che trasmetterci un ulteriore senso d’impotenza e d’incapacità, impedendoci di reagire attivamente contro un disagio che nasce dentro di noi, spesso a seguito di eventi avversi e dolorosi della vita, ma dal quale possiamo uscire ancora più forti se lavoriamo su noi stessi e sui nostri pensieri, lasciando andare tutti quei vecchi schemi e atteggiamenti mentali che non possiamo certo cambiare ingoiando una pillola.
Se quello che ho scritto ha risuonato dentro di te e vorresti trovare uno psicologo a Pistoia per iniziare ad uscire dalla tua depressione, contattami adesso.
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