
In questo articolo parlo di come i concetti di entanglement e non-località possono aiutarci a gettare una luce su molti fenomeni fino ad adesso considerati inspiegabili se non addirittura bollati come fenomeni parapsicologici/paranormali.
Questi due termini, mutuati dalla fisica quantistica, sono utilizzati per descrivere l’essenza ontologica della realtà che ci circonda, ovvero come stanno davvero le cose, rispondendo a domande e interrogativi che fino a poco tempo fa erano di pertinenza esclusiva dei mistici. Prima di entrare nel merito del loro significato è necessario partire dalla differenza d’approccio tra fisica quantistica e fisica classica.
Fisica classica vs fisica quantistica
Nella fisica classica, quella che abbiamo ereditato da Newton, per intenderci, possiamo prevedere con esattezza il comportamento di un sistema se conosciamo le sue condizioni iniziali. A ogni effetto che si osserva corrisponde una causa che lo ha determinato e questo ciclo causa effetto è replicabile all’infinito con la stessa precisione. Nella fisica quantistica, invece, il comportamento delle particelle subatomiche è espresso in termini di probabilità e incertezza: non possiamo prevedere con certezza il risultato di un evento, ma solo la probabilità che un certo risultato si verifichi (questa è anche l’idea alla base del principio di indeterminazione di Heisenberg, secondo il quale non possiamo conoscere con precisione assoluta contemporaneamente la posizione e la velocità di una particella).
Oltre a queste evidenti differenze, la fisica classica nasce dallo studio del funzionamento dei grandi sistemi (es. il moto dei pianeti) e si applica perfettamente al mondo macroscopico della maggior parte degli oggetti e dei sistemi che utilizziamo quotidianamente. La fisica quantistica, invece, descrive il comportamento delle particelle a livello microscopico e subatomico e nasce dall’esigenza di spiegare fenomeni che sfuggivano alla logica determinista della fisica classica: uno su tutti, il comportamento della luce, che nonostante si ritenesse essere composta da particelle, a volte sembrava smentire tale ipotesi. Oggi, la fisica quantistica è alla base di molta della moderna tecnologia che utilizziamo, come i laser, i semiconduttori, la Risonanza Magnetica Nucleare (MRI) e i computer quantistici.
Ai fini del nostro discorso le differenze più importanti tra fisica classica e quantistica riguardano fondamentalmente due aspetti:
- il ruolo dell’osservatore. Nella fisica classica è ininfluente; una particella mantiene la stessa posizione e velocità indipendentemente da chi la guarda. Nella fisica quantistica, invece, la posizione e la velocità di una particella dipendono dallo sguardo dell’osservatore. L’osservatore determina lo stato della materia; essa si trova in uno stato indefinito fino a che non c’è un osservatore che la guarda.
- la natura della materia e dell’energia. Per la fisica classica, la materia è fatta di particelle e l’energia si presenta come un’onda. La fisica quantistica introduce il concetto di dualità onda-particella, per cui la materia può comportarsi sia come un’onda che come una particella.
Tutto è uno e l’uno è il tutto
Il concetto di dualità onda-particella è determinante ai fini della comprensione dell’entanglement (in inglese, “groviglio”, “intreccio”), termine coniato da Erwin Schrödinger nel 1935 per indicare un legame tra due particelle che si comportano come fossero un unico oggetto, anche se si trovano a enorme distanza l’una dall’altra. L’entanglement è quello che permette a due particelle di influenzarsi a vicenda e istantaneamente anche si trovano a distanza di migliaia di km e non c’è alcun collegamento fisico tra loro. Non tutte le particelle però sono “entangled”, ovvero legate: affinché questa correlazione abbia luogo, cioè per far sì che le due particelle abbiano stati quantici correlati, deve esserci stata un’interazione fisica iniziale che le ha legate, creando entanglement tra loro. Ora, se diamo per buona l’idea che tutte le particelle sono nate dallo stesso Big-bang, vuol dire anche che sono automaticamente tutte connesse tra loro.
La diretta conseguenza di questo legame di entanglement è la non-località, ovvero il fatto che la lontananza fisica tra le particelle non impedisce che le proprietà dell’una si trasmettano istantaneamente anche all’altra.
“Essenzialmente, l’entanglement tiene insieme lo spazio. È il collante che fa sì che i diversi pezzi di spazio si uniscano tra loro”
– John Preskill
Le implicazioni dell’entanglement
Il fatto che due particelle mantengano un legame diretto tra loro nonostante lo spazio fisico che le separa, è motivo di alcune considerazioni importanti.
- In primo luogo potremmo pensare che lo spazio tra le due particelle non è vuoto così come lo intendiamo noi. Poiché le informazioni si trasmettono da una particella all’altra, in questo vuoto deve pur esserci qualche “sostanza” che le veicola.
- L’entanglement riguarda, ovviamente, anche il mondo delle particelle “reali” e si manifesta a più livelli:
- a livello cellulare; se è vero che i miliardi di cellule del nostro corpo comunicano continuamente tra loro, significa che ogni messaggio si diffonde istantaneamente in tutto il corpo, anche tra cellule che non sono in contatto diretto l’una con l’altra, ma che condividono lo stesso entanglement .
- a livello di individui. Perché una madre può sentire il dolore del figlio che si trova lontano da casa? Perché due persone legate affettivamente si percepiscono l’un l’altra anche quando non sono insieme? Perché persone che condividono un collegamento profondo tra loro sviluppano fenomeni che potremmo chiamare di “telepatia”? Come dice Gabriella Greison nel suo libro (Ogni cosa è collegata, Mondadori), “ogni cosa è collegata…Noi, quando ci leghiamo a qualcuno ed entriamo in contatto con l’altra persona, ci intrecciamo, diventiamo entangled, e poi ce ne allontaniamo e continuiamo a scambiarci informazioni, lo stato di uno influenza lo stato dell’altro e viceversa, proprio come accade quando proviamo amore.”
- a livello del mondo che ci circonda. L’ipotesi è che l’entanglement abbia luogo in tutta la natura, tra gli atomi e le molecole delle specie viventi e anche all’interno dei metalli e di altri materiali. Quando centinaia di particelle rimangono intrecciate, agiscono ancora come un unico oggetto unificato. Come uno stormo di uccelli: le particelle diventano un’entità a sé stante senza essere in contatto diretto tra loro.
La scoperta dell’entanglement, quindi, ci offre molti spunti per comprendere meglio la realtà, sia internamente che esternamente a noi. Sempre nella stessa direzione, ti invito anche a riflettere sul collegamento tra l’entanglement e la teoria dei campi morfici del biologo Rupert Sheldrake, secondo la quale esisterebbe un’intelligenza nascosta che collega tutte le cellule di un organismo e provvede a indirizzarne lo sviluppo e l’evoluzione facendogli assumere una certa forma.
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