La depressione

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Più che una vera e propria malattia o una specifica categoria diagnostica considero la depressione un vissuto esistenziale, un modo di vedere e interpretare le cose, che interessa trasversalmente varie forme di disagio psichico e può assumere durata, intensità e forme anche molto diverse.
Il termine depressione significa, letteralmente, calo di pressione, abbassamento, discesa a un livello inferiore, dove a scendere è il tono dell’umore, l’interesse verso la vita e verso le normali attività quotidiane; la persona depressa fa fatica a fare tutto, non si alzerebbe mai da letto, crede che tutto sia inutile, compreso qualsiasi tentativo di uscire da tale condizione di sofferenza. L’umore negativo e il pessimismo condizionano la percezione della realtà esterna, che si colora di nero; il depresso rimpiange il passato e non vede futuro davanti a sé, senza peraltro riuscire a vivere il presente, che diventa un tempo senza tempo, immobile, dove tutto si ferma e perde vitalità, senza più colore né gusto.

Cos'è che determina questo abbassamento del tono dell'umore?                                                                                               
Talvolta, la depressione emerge come reazione fisiologica ad eventi dolorosi, perdite, separazioni, malattie, momenti particolarmente critici che devono essere elaborati e superati; altre volte sembra non avere alcuna causa scatenante, come nel caso di quelle forme depressive più gravi, le cosiddette depressioni “endogene”, che portano la persona a non reagire più né di fronte alle cose belle né a quelle brutte, in una sorta di “encefalogramma piatto”, che alcuni ritengono avere una causa genetica. Un aspetto controverso, quest’ultimo, con conseguenze rilevanti dal punto di vista della prognosi e dell’evoluzione della patologia. Presupporre un’ipotesi genetica della depressione può, infatti, rappresentare un vero e proprio blocco psicologico che impedisce alla persona di mettere in campo le risorse necessarie alla guarigione; la persona si percepisce impotente rispetto ad una situazione che ha ereditato e con la quale deve abituarsi a convivere; un po’ come avere gli occhi blu o neri è la manifestazione fenotipica, che ci accompagna tutta la vita, dei geni ereditati dai genitori. Stando così le cose non resterebbe che accettare passivamente la situazione e provare a porvi rimedio con cure farmacologiche che spesso finiscono con l’avere durata indefinita ed esiti poco confortanti. Ma siamo davvero sicuri che esistano geni della depressione?

Le ricerche più recenti e indipendenti nel campo delle neuroscienze attribuiscono un ruolo sempre più convincente ai fattori ambientali; dicono che s’“impara” ad essere depressi stando accanto a persone depresse, come se attraverso l’attaccamento e l’“imprinting” ricevuto da figure significative che soffrono di depressione si assorbissero, quasi per osmosi, gli atteggiamenti, le modalità di pensiero, gli schemi mentali e le convinzioni tipiche della depressione. 
Ciò che si eredita, quindi, non sono i geni della depressione ma la tendenza a vedere e interpretare la realtà in chiave depressiva. 
Il modo di interpretare la realtà dipende, a sua volta, da ciò che la persona pensa di se stessa, riflette l’immagine negativa che la persona ha di sé, che è il vero nucleo delle problematiche depressive. Il dentro, infatti, si riflette sempre nel fuori e non viceversa; ecco perché quando proviamo a “tirar su” un depresso cercando di convincerlo che il mondo è bello e rosa, tutti i nostri sforzi cadono nel vuoto e si ottiene quasi l'effetto contrario, di una maggior chiusura in senso depressivo.  
Avendo una pessima opinione di sé, il depresso tende infatti a punirsi e a trattarsi male, rivolgendo verso se stesso tutta la rabbia per il fatto di trovarsi in questa situazione. Se il nucleo interiore della problematica depressiva non viene adeguatamente affrontato, la depressione, e il tipico stato di passività che la caratterizza, può anche “trasformarsi”, spingendo la persona ad assumere comportamenti autodistruttivi come disturbi del comportamento alimentare, autolesionismo, dipendenze e comportamenti a rischio di vario tipo ecc... insomma, “dalla padella nella brace!”