Gli attacchi di panico: meccanismi scatenanti e ri-programmazione mentale

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Chi ha sperimentato un attacco di panico conosce bene il senso d’angoscia, la paura imminente di morire o d’impazzire e la perdita di controllo su di sé e sulle proprie sensazioni. In pochissimi, interminabili istanti, la persona vive un totale stravolgimento della realtà; tutto, attorno e dentro di sé, sembra sfocarsi e confondersi, in un’escalation che appare incontrollabile. 
Trascorso il momento di crisi acuta, la persona si sente esaurita, fisicamente e psichicamente, e torna a vivere uno stato di calma apparente. Solo apparente, perché la paura che la situazione possa nuovamente precipitare ed esplodere nel panico porta spesso la persona a chiudersi in un progressivo isolamento, evitando i contesti pubblici, le occasioni di socializzazione o quantomeno, le situazioni e i contesti simili a quello in cui l’attacco di panico si è verificato la prima volta. Naturalmente, più intensa è la paura e la tendenza all'evitamento, maggiore è la probabilità che l’attacco di panico effettivamente si ripresenti. Il panico, infatti, non è altro che un insieme di manifestazioni psico-fisiche collegate ad un pensiero o un’immagine mentale. 
Sappiamo che i pensieri e le immagini che attraversano la nostra mente tendono a manifestarsi nel nostro corpo e nelle nostre circostanze esterne, specialmente quando ad essi è associata un’emozione di paura; ecco perché aver paura di qualcosa rafforza la paura stessa e aumenta la probabilità che si manifesti proprio quella cosa che temiamo di più. 
In tal senso siamo noi che, spesso senza rendercene conto, creiamo e alimentiamo i nostri stessi fantasmi.

Vediamo ora più da vicino il meccanismo mentale responsabile dell’origine e del mantenimento dell’attacco di panico.               

Tutto inizia con episodio scatenante, un evento traumatico associato a un forte shock emotivo, che la persona non riesce a elaborare e tende a reprimere in se stessa. La mente registra tale fatto e lo immagazzina come traccia contenente molteplici informazioni che descrivono il fatto stesso, il contesto in cui è avvenuto, le reazioni che ha provocato e l’emozione ad esso associata. Un po’ come se registrasse un video dell’accaduto e lo archiviasse in un file della memoria. 

Ogniqualvolta la persona incontra uno stimolo esterno che per qualche motivo – una sensazione, una certa parola detta in un certo modo, un certo luogo o una situazione simile ecc. – gli ricorda l’elemento traumatico vissuto, il file registrato in memoria si riattiva automaticamente e la persona rivive nel presente quelle stesse reazioni psico-fisiche sperimentate in passato in occasione dell’evento traumatico. Ciò significa che il nostro cervello reagisce in maniera simile a tutti gli stimoli che per qualche motivo si assomigliano, indipendentemente dal significato che assumono per la persona.
Pur essendo molto utile in termini adattivi, in quanto allarma la persona e la mette nella condizione di reagire automaticamente a stimoli potenzialmente pericolosi – riconosciuti come tali sulla base dell’esperienza passata – questo meccanismo può diventare un problema, soprattutto quando, allargandosi eccessivamente il numero di stimoli in grado di attivare certe reazioni psico-fisiche, la persona arriva a vivere in uno stato di allarme costante, come se il suo cervello percepisse continuamente dei pericoli, degli stimoli potenzialmente pericolosi dai quali doversi difendere.
In questo modo l’ansia diventa un sottofondo continuo, che scandisce e accompagna lo scorrere del tempo, rendendo la persona sempre più vulnerabile e facile vittima dell’attacco di panico.

Tutto questo deve portarci a fare alcune importanti riflessioni:
  • il nostro cervello è uno strumento molto utile alla nostra sopravvivenza ma, un po’ come un computer, può reagire solo sulla base degli stimoli e delle informazioni che già conosce e che ha a disposizione. Potremmo anche dire che il cervello lavora basandosi sull'esperienza passata. Può compiere operazioni sulla base di dati e informazioni già immagazzinate, ma è incapace di interpretare o discernere il significato che certi stimoli possono assumere per la persona nel momento presente e nello specifico della situazione che sta vivendo;
  • è possibile recuperare il controllo sulle nostre reazioni, anche quelle che si sono automatizzate – come ad esempio l’ansia, imparando a utilizzare le potenzialità della nostra mente. È la mente, infatti, che in virtù della sua capacità di lavorare per ipotesi future, per concetti astratti e per rappresentazioni, guida e orienta il funzionamento del cervello; lavorando sulle immagini mentali e sui pensieri è quindi possibile riprogrammare il cervello, “rieducandolo” a reagire nella direzione desiderata, in maniera più funzionale al nostro proprio benessere. Anche nel caso di reazioni così forti e apparentemente incontrollabili come quelle che caratterizzano l’attacco di panico.