Accettazione e consapevolezza di sé

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Cosa significa accettare se stessi? Perché è così importante? Su cosa si basa l’accettazione di sé? 
Rispondere a queste domande è fondamentale per chiunque voglia cambiare in meglio se stesso e sviluppare un atteggiamento positivo verso la vita.
L’accettazione è spesso interpretata come un atteggiamento di rassegnazione ed è collegata ad un senso d'impotenza nei confronti delle circostanze esterne. L’immagine mentale associata al concetto di accettazione di sé è quella della vittima, della persona incapace di modificare in alcun modo la sua situazione. E siccome più delle parole contano le immagini mentali ad esse associate – spesso socialmente e culturalmente costruite – possiamo concludere che il concetto di accettazione di sé, così com'è comunemente inteso, ingabbia la persona nei suoi propri limiti, spegnendo ogni spinta propositiva verso il futuro e impedendogli di mobilitare le energie e le risorse necessarie per avviare un processo di cambiamento e di miglioramento.
In buona sostanza, ciò che si è non viene in realtà accettato ma semplicemente subito.

L’idea che qui voglio proporre al lettore è quella di modificare l’immagine mentale alla base del concetto di accettazione di sé, iniziando a considerare che accettare se stessi significhi guardare in faccia ciò che siamo, prendere coscienza di sé e della propria natura, dei propri limiti e delle proprie difficoltà per poi provare a superarli facendo appello a tutte le proprie risorse interiori. Tutto questo senza sottoporsi al duro giudizio che siamo abituati ad avere nei nostri stessi confronti, spesso così pesante e negativo da distruggere la fiducia in noi stessi, indispensabile per ogni tipo di cambiamento.
Si tratta, quindi, di sviluppare un nuovo atteggiamento mentale, che ci consenta di passare dal vedere i propri limiti e arrendersi passivamente ad essi al considerarli un punto di partenza per capire se e come possiamo superarli.

Faccio un esempio per far capire meglio cosa intendo. Se voglio mangiare delle ciliegie che si trovano su un albero a 3 metri d’altezza e io sono alto 1 metro e 70 centimetri, posso reagire in vari modi.
Una prima possibilità è dirmi che quelle ciliegie non mi piacciono o non sono buone. Ma così facendo evito il confronto con me stesso, attribuendo all'esterno la responsabilità e la colpa di qualcosa che non riesco a fare a causa di un mio limite personale oggettivo (…sono le ciliegie che non sono buone, non io che non riesco a prenderle…).
Posso anche prendere coscienza di quello che è un mio limite oggettivo – l’essere alto 1.70 m – e del fatto che esso mi impedisce di cogliere quelle ciliegie che però vorrei tanto mangiare. In una situazione di questo tipo, dove comunque c’è una chiara presa di coscienza di sé e dei propri limiti, posso imboccare due diverse strade: una è quella di focalizzare la mia attenzione solo ed esclusivamente sul mio limite e sulle conseguenze negative che esso comporta, lasciandomi andare alla depressione o allo sconforto perché sono alto solo 1.70, perché la vita è stata avara con me e perché non posso mangiare le ciliegie come invece vorrei. Cominciando forse a pensare che se le cose stanno così è anche perché un po’ me lo merito…
O posso invece, partendo dalla percezione del mio limite, che fa parte della mia natura, di ciò che io sono, concentrarmi su come poter raggiungere comunque quelle ciliegie che desidero tanto mangiare.
Un atteggiamento mentale di questo tipo mi aiuta a individuare una possibile soluzione al mio problema, consentendomi di capire, ad esempio, che posso raggiungere le ciliegie semplicemente utilizzando una scala.

Accettare se stessi significa quindi essere pienamente consapevoli di sé e dei propri limiti e utilizzare tale consapevolezza per aprire la mente al cambiamento e alla possibilità di raggiungere i propri obiettivi.